giovedì 25 giugno 2015

L'Isola

Oggi, chiacchierando con un amico di racconti per bambini e ragazzi, è nata una discussione circa L’isola del tesoro e L’isola che non c’è. A lui piace l’isola che non c’è; dice che non sa bene il motivo, ma forse la cosa è legata al mondo magico della nostra infanzia popolato di bambini mentre l’isola del tesoro ha una storia più avventurosa, più da ragazzi.

La cosa sembrava limitata ai minuti della conversazione, ma con l’avanzare delle ore un tarlo si è installato nella mia testa e ha cominciato a stuzzicarmi come solo i tarli sanno fare. Saranno anni che non sentivo parlare delle due storie che pensavo circoscritte ad una fascia di età dalla quale ero uscito da tempo. Ora però i due titoli mi stimolano altri pensieri indipendenti dalle due storie ma legati solamente al significato del titolo.

L’isola che non c’è mi mette istintivamente ansia, la mia mente razionale rifiuta di parlare del nulla e il solo fatto di immaginarvi una intera isola mi mette a disagio. E’ più che un miraggio, più inutile della lotta contro i mulini a vento, desiderare di essere nell’isola che non c’è mi mette addosso una tristezza legata all’oblio e al pessimismo implicito. Non posso pensare a qualcosa di bello e contemporaneamente sostenere che non c’è!

Per contro, l’isola del tesoro induce sentimenti positivi, forse per la parola tesoro o l’euforia di una ricerca di qualcosa di concreto benché nascosto. Da un lato c’è il mistero e dall’altro un premio reale: da questo punto di vista, mi dico, come non parteggiare per l’isola del tesoro?

La mattina dopo, alla solita ora che gli amici reputano folle, esco a fare una passeggiata sul lungomare con il tarlo sempre in funzione. Le giornate iniziano ad accorciarsi e il clima a farsi più incerto; inizia ad albeggiare e la residua umidità della notte crea sul mare una leggera nebbiolina che limita la visibilità nascondendo l’orizzonte ma non le acque vicine alla riva, normalmente percorse dalle navi che entrano ed escono dal porto.

Poca gente in giro a quest’ora, ormai ci si conosce tutti almeno di vista e con alcuni ci si scambia un cenno di saluto incrociandosi. Una mattina come tante che però mi lascia un senso di fastidio di cui non riesco a capire la causa. Passeggio come al solito guardando ora il mare e le navi di passaggio, ora la strada e le poche macchine che la percorrono.

Infine mi rendo conto di cosa mi procuri il fastidio: al largo, oltre le rotte delle navi, si scorge una forma scura avvolta dalle nuvole basse e dalla nebbia. Inizialmente pensavo fossero solo nuvole rese scure dalla mancanza di luce, ma a mano a mano che il mattino avanzava, l’immagine si faceva sempre più simile a quella di un’isola. Si, un’isola di fronte al lungomare della città.

Ieri, giornata spettacolare con visibilità notevole, non c’era nulla. Le solite navi, le solite onde lunghe, forse un fronte nuvoloso all’orizzonte ma nulla di tutto questo. Rallento il passo come se questo avesse perso il suo slancio e mi appoggio alla balaustra che divide la passeggiata dalla spiaggia sottostante. Lo sguardo è fisso su quel punto in mezzo al mare e non si dà pace per spiegarsene la ragione.

Poco dopo mi passa accanto una ragazza che conosco di vista, la chiamo e le chiedo se avesse notato quella cosa in mare, indicando col dito la direzione. Lei, con aria trafelata e il fiato corto, mi chiede cosa indicassi: forse quella nave che si staglia all’orizzonte? Io le spiego quello che mi sembra evidente e che ho davanti agli occhi: l’immagine di un’isola, avvolta dalle nuvole, ma pur sempre una dannata isola sorta dal nulla.

Lei mi guarda sospettosa come se questo mio modo di fare fosse un modo per attaccare discorso; anche le sue amiche, raggiungendola confermano di non vedere nulla; io non so che dire e così ci salutiamo senza convinzione, lei verso la sua corsa e io ancora più confuso a scrutare verso mare. Che sia suggestione? Eppure, a parte le poche parole sulle isole dette ieri sera, non mi sono sentito particolarmente coinvolto da questi pensieri benché non smettessero del tutto di ronzarmi in testa.

Provo a far finta di nulla cercando di distrarmi portando la concentrazione su cose futili come contare le auto di passaggio nei due sensi, calcolare quando il sole sarebbe sorto da dietro il monte questa mattina o seguire i disegni sulle piastrelle della passeggiata. Non so se mi sento più folle a fare queste cose o a credere nell’esistenza di un’isola che non c’è mai stata.

Infine incontro Giacomo, il vecchio camminatore del mattino, la persona più anziana che popola la passeggiata a quell’ora del giorno. Cammina con passo sicuro nonostante l’età, sempre intabarrato anche in estate, frutto della sua latente eccentricità. E’ una delle persone che forse conosco meglio perché ogni mattina invece di incrociarci velocemente, ci fermiamo qualche momento a raccontarci qualcosa o, semplicemente, a dirci che ci fa piacere questo incontro prima di iniziare la giornata.

Quando allungo un braccio verso il mare dove altri vedono il nulla, lui mi guarda stupito e mi dice:

-          Ma allora la vedi anche tu!

Io oltre all’isola guardo lui come fosse un marziano con cui condivido un’allucinazione. Avevo quasi stabilito di essere io ad avere problemi di vista o di stress quando anche il mio collega di camminate afferma di vedere le mie stesse cose e smonta il castello di sicurezze che mi stavo costruendo.

-          Ma come è possibile che ci sia quell’isola! Non c’è mai stato nulla in quel punto, solo mare. E le ragazze di prima non sono riuscite a vedere nulla: mi hanno quasi preso per matto!

-          Quella è un’isola che solo pochi vedono e quasi nessuno riesce a raggiungere. Io ci sono stato da ragazzo e da allora mi ha sempre accompagnato durante le camminate del mattino. Spesso mi parla e ci teniamo compagnia. Sono veramente contento che anche tu riesca a vederla. A me ha sempre dato grande sollievo e spero che ciò accada anche a te.

Non bastava che vedessi l’isola, ora vengo a sapere che Giacomo l’ha visitata e persino le parla. Questa non è più una passeggiata del mattino, è diventata una seduta psichiatrica in cui non si scorge il terapeuta.

Ci salutiamo, lui con aria allegra e io sempre più cupo e preoccupato. Proseguo la passeggiata più per abitudine che per convinzione e ormai la luce del sole ha inondato il mondo mentre le auto più numerose indicano che la città si avvia verso il lavoro. In questo nuovo fragore dei sensi volgo lo sguardo rassegnato verso il mare e noto che l’immagine si fa più rarefatta, la nebbiolina con i primi raggi si è ritirata e infine lascia la visuale nitida sul mare aperto senza più traccia di isole. Neanche uno scoglio.

Non so se la cosa mi tranquillizzi o no. Se l’avessi vista solo io mi sarei sicuramente dato una risposta razionale pensando a suggestioni, stress, momenti di stanchezza, qualche scherzo della natura come accade con i miraggi nel deserto, ma le testimonianze contrastanti delle persone incontrate alimentano il mio tarlo che a questo punto inizia a rosicchiare felice.

Fingo di far finta di nulla e torno verso casa in tempo per la doccia e la colazione prima di mettermi a lavorare. Occupato tutto il giorno con i miei progetti, non ho più badato al tarlo o forse lui si è momentaneamente saziato; la sera, tornando a casa da un appuntamento di lavoro, percorro da solo il lungomare in auto, immerso nel traffico dell’ora di punta; in coda ho l’occasione per liberare la mente senza le costrizioni dell’attenzione alla guida. A tratti si intravede il mare e, fermandomi ad un semaforo proprio tra un’aiuola e l’altra getto lo sguardo istintivamente verso l’orizzonte, ma la vista si ferma ben prima incontrando il verde della fitta vegetazione contornata dal biancore della schiuma del mare che si infrange sulle coste.

L’isola è tornata e, dall’indifferenza che regna sulla passeggiata, capisco che sono l’unico a vederla; mi perdo in questi pensieri e blocco il traffico provocando le rimostranze degli automobilisti dietro di me. Riparto subito e raggiungendo un altro varco dove cerco di proseguire quella stupita contemplazione. Faccio solo in tempo a vedere un’ombra che svanisce per lasciare il posto al consueto panorama. L’isola che non c’è ha un comportamento bizzarro che non mi dà pace. Decido che la mattina dopo avrei approfondito la cosa con Giacomo che mi sembra l’unica persona in grado di aiutarmi.

Sogno isole tutta la notte e la mattina svegliandomi mi stupisco di essere nel mio appartamento e non su qualche veliero su una rotta dei mari del sud. Ricordando il mio proposito della sera, mi precipito sul lungomare e inizio la mia passeggiata, fermamente intenzionato a parlare con Giacomo. Però lungo il cammino non vedo l’ombra di isole e quando incontro il vecchio sono più confuso che mai.

Lo incontro vicino al nostro luogo abituale, intento a seguire una linea dei disegni tratteggiati sul marciapiedi con aria divertita e soddisfatta. Ci salutiamo e, dopo avermi spiegato per quale bizzarro motivo facesse quell’esercizio, mi guarda, capisce cosa mi stia succedendo e mi chiede:

-          Questa mattina niente isola vero? Lo immaginavo. Compare solo quando non la cerchi, non è un miraggio ma dipende dalla tua capacità di isolarti dal mondo, non è una tua fantasia ma una parte di te che si materializza quando la tua mente non è occupata in mille pensieri del mondo reale. La puoi chiamare un’esperienza Zen, qualcosa che esiste e contemporaneamente non esiste. Io ho impiegato anni in questa ricerca dell’irraggiungibile e ho capito che solo conoscendo bene me stesso riuscivo ad avere un minimo di controllo della cosa.
-          Ma ieri mi hai detto che ci sei anche stato! Ma come è possibile approdare su un’isola che dovrebbe essere solo un’emanazione del proprio pensiero, una forma di allucinazione. Anche se prendessi una barca per andare lì dove la vedi, alla fine le passeresti attraverso, non so spiegarmi bene la cosa, ma sicuramente non troveresti terra solida.

Faccio questi discorsi con Giacomo perché, nonostante l’età, ha una mente lucida come pochi giovani hanno, io ho imparato a conoscerlo e a giudicarlo una persona assennata. Proprio questo fatto mi mette a disagio; mi sento nel mezzo di una storia surreale.

I giorni seguenti mi hanno visto fare esperimenti, prove di concentrazione e momenti in cui tentavo di liberare la mente; a volte con successo, a volte meno. Proprio quando penso di aver individuato la strada giusta succede qualcosa per cui devo ricredermi. Sono in un vicolo cieco.

Un giorno però è successa una cosa cui non ho dato particolare importanza ma che, vista in prospettiva posso dire che ha dato una svolta alla mia vita e alla mia isola fantasma. Per una curiosa combinazione di orari, un giorno è capitato che percorressi la passeggiata in un momento diverso dal mio solito orario per cui le persone che solitamente incrociavo lungo il percorso, questa volta percorrevano il marciapiede nel mio stesso senso di marcia. In particolare una signora che avvistavo da lontano e continuavo ad ammirare via via che si avvicinava fino a salutare con un sorriso nei pochi secondi in cui ci si incrociava, mi si affianca e mi saluta un po’ trafelata.

-          Buongiorno! Ha cambiato orario questa mattina. Ho sempre constatato la puntualità con cui ci si incrociava più o meno nello stesso punto, sorridendo al pensiero delle nostre abitudini evidentemente metodiche.

Io le rispondo con voce sicura perché, a differenza di lei che percorre di corsa più volte la passeggiata a mare, io mi limito a camminare benché con passo spedito. Questo mi permette di esprimermi tutto sommato in maniera gentile senza espellere pezzi di polmone. Inoltre ho modo di guardarla meglio da vicino e per me, essendo un po’ miope, la cosa è importante perché ciò che vedo è veramente una delizia. Cioè: considerando il fatto che dopo qualche chilometro di corsa una persona non è proprio un fiore, sorvolando su questo dettaglio e lavorando un po’ di fantasia, arrivo a stabilire che la mia vicina non è affatto male.

Inizia così una piccola conversazione che però dura meno di quanto avessi sperato perché mi dice che deve terminare il percorso entro pochi minuti prima di andare al lavoro. Ci salutiamo e io prendo nota dell’ora per poter replicare l’incontro il giorno dopo.

Mentre la vedo correre davanti a me inizio a canticchiare tra me e me un motivetto al ritmo dei miei passi e dopo un po’ la vedo sparire dietro ad una curva. Andata. Spero domani di azzeccare l’ora giusta. Ma sparita lei, nel mare compare l’isola. Quasi non pensavo più alla possibilità di replicare quell’esperienza ma questa mattina, invece ed improvvisamente, eccola là.

Questa volta non mi faccio coinvolgere e facendo finta di niente proseguo la mia strada. Se devo diventare matto voglio almeno avere il controllo fino all’ultimo!

La mattina dopo, stessa ora calcolata maniacalmente, mi presento in tutto il mio splendore all’appuntamento, o meglio, solo io lo consideravo un appuntamento, ma possiamo sicuramente sorvolare su questo particolare. Lei arriva trotterellando e mi si affianca regolando il suo passo col mio. Stesso saluto di ieri ma un pò complice visto che ha notato che dopo mesi tutti regolari, oggi ho curiosamente cambiato abitudini. Questa mattina il percorso insieme dura un po’ di più ma termina nello stesso modo del giorno prima con una sua fuga che coincide con l’apparire dell’isola.

Da quel giorno in poi, con rare eccezioni legate al clima autunnale, abbiamo iniziato a camminare, passeggiare, un po’ correre (ma poco) insieme. Invece di far finta di incontrarci per caso ci siamo dati appuntamento e iniziato il percorso insieme. Abbiamo anche iniziato a sentirci la sera in chat, ad ascoltare musiche insieme e, senza la frenesia del mattino, anche a scambiarci idee più riflessive.

Una sera, parlando dei luoghi dove preferiamo stare, le dico:

-          Vorrei venirti a trovare, vedere dove abiti. Deve essere un posto tranquillo.
-          Io vivo nell’Isola che non c’è.

Questa frase innocente mi scatena una reazione che mi dà i brividi: rivedo in un istante l’isola nella nebbia, le mie conversazioni con Giacomo e le apparizioni mattutine dopo che ci lasciamo. Sono stordito e cerco di mettere insieme tutti i sentimenti che mi agitano.

-          Allora se non c’è non posso venire da te, come facciamo?
-          Potrebbe essere un problema, in effetti. Però dipende da te e dai tuoi pensieri.
-          Io preferirei vederti nell’isola del tesoro, scoverei una mappa e la decifrerei per scoprire dove vivi.
-          Non mi troveresti così facilmente. Non mi piace l’isola del tesoro, non amo le ricerche, le mappe e i tesori. Preferisco i sogni.
-          Ma per me tu rappresenti il tesoro da raggiungere, il premio al termine della mia ricerca!
-          In questo caso sembra che tu voglia giocare da solo: io sono il tuo premio, ma chi premia me? No, a certi giochi si gioca in due. Ti lascio alla tua ricerca, quando ti sarai ritrovato ci sentiremo. Ciao.

Non ci sono rimasto proprio bene, se devo dire la verità. Il termine “isola che non c’è” continua a mettermi a disagio, la mia mente razionale rifiuta questa evidente contraddizione. Anche da piccolo non mi è mai piaciuto il racconto non riuscendo ad immedesimarmi in nessuno dei protagonisti. Al contrario “l’isola del tesoro” ha sempre rappresentato quello stimolo di avventura e miraggio che un bambino ama nelle storie. Concretezza e premio dopo un sacrificio. Come conciliare queste posizioni opposte?

Vado a dormire con la sensazione di quello che, sapendo di aver ragione, non capisce come un’altra persona possa dubitare dell’evidenza. Il tarlo si è rimesso in funzione facendo gli straordinari e ingrassando indecorosamente così la notte passa in sua compagnia.

I giorni successivi una pioggia fastidiosa mi tiene a casa dalla passeggiata mattutina e, le volte che percorro in auto il lungomare, dell’isola nessuna traccia. Sembra proprio che le cose siano ritornate come prima. Una sera, percorrendo i vicoli di ritorno da una cena in trattoria, incontro Giacomo che, abitando da quelle parti, mi invita a casa sua per un goccetto. Io accetto volentieri e lo seguo su per una serie infinita di scale di ardesia che sembrano portare direttamente in paradiso.

Il paradiso è un piccolo appartamento affacciato sui tetti del centro storico con una vista che spazia da levante a ponente: uno spettacolo. Mezza città illuminata ai miei piedi e il mare calmo su cui si riflette la luna. Non proprio lo spettacolo da godere con Giacomo, ma tutto sommato anche un amico saggio e un bicchierino ci stanno bene.

Anche lui sente la mancanza delle passeggiate del mattino, ma mi dice che si tiene in forma comunque facendo le scale di casa più volte al giorno. Gli credo. Nonostante siano passati diversi minuti, ho ancora il fiatone per la scalata fatta. Si siede in una poltrona rivolta verso la finestra e mi dice:

-          Questo è il posto dove sogno la sera. Guardo poca televisione e leggo parecchio, ma quando ci sono giornate come questa lo spettacolo del mondo è impagabile e guardandolo riesco a sognare ad occhi aperti.
-          Io invece sono sempre preso dal  lavoro e ho poco tempo per le distrazioni. Si, qualche volta quando sono in macchina riesco a rilassarmi, ma a volte le telefonate arrivano anche lì e allora addio tranquillità.
-          E’ un peccato che la vita ti porti a questa frenesia, perdi un aspetto prezioso del mondo e di te stesso. Dovresti organizzare diversamente le tue attività, dedicare più tempo a te, anche semplicemente non facendo nulla.

Facile per lui dire queste cose, l’età gli consente cose che io, dovendo lavorare, non posso fare. Gli racconto dei miei avvistamenti dell’isola, visto che lui è l’unico a potermi capire; la chiamo, così per gioco, “l’isola del tesoro” chiedendogli se lui quando ci è stato avesse la mappa del tesoro e lo avesse trovato. Lui però mi dice:

-          Anche io la pensavo come te e per lungo tempo ho cercato un modo per raggiungerla ed esplorarla. Ero giovane e impulsivo, volevo la mia dose di avventura ma ogni mio tentativo si risolveva sempre nella sparizione dell’isola. Solo quando ho perso interesse a raggiungerla sono riuscito a vederla per quello che è: l’isola rappresenta la nostra fantasia e la puoi raggiungere solo attraverso essa, la puoi vedere ed avere solo quando non la desideri con la ragione.

Mi vengono in mente le parole di Chiara: “mi piacciono i sogni”. Allora capisco che nel mondo del sogno l’isola del tesoro diventa l’isola che non c’è. Si tratta di un diverso modo di percepire le cose e io, con la mia visione sempre razionale, continuavo a scontrarmi contro un muro di impossibilità.

Spesso la mia capacità di pensiero razionale mi rende presuntuoso e non capisco che altri, quando parlano in modi diversi dai miei, possano comunque aver ragione. Questo mio modo di affrontare il mondo può andare bene nel lavoro ma nei confronti delle persone manifesta molti limiti.

Cercavo di fuggire dal mondo reale costruendomene uno irreale ma sempre fatto con rigore razionale. Invece quello che occorre veramente per liberare la mente è un mondo surreale in cui le regole di tutti i giorni possono essere stravolte a piacere. Una totale libertà di pensiero.

Questa sera Giacomo mi ha fatto un regalo impagabile. In sua compagnia ho capito quello che da solo mi ostinavo  a non vedere. Lo saluto con affetto e scendo le infinite scale per tornare al parcheggio e quindi a casa. Subito cerco Chiara in chat, ma vista l’ora tarda non ho fortuna. Non mi rimane altro che sperare nel bel tempo di domani e tentare di vederla al consueto luogo di incontro sul lungomare.

La mattina, con un po’ di ansia, mi presento in riva al mare e mentre aspetto Chiara vedo l’isola che mi sorride e i mi sembra addirittura più vicina. La guardo con occhi diversi, non cerco più di studiarla, ma mi limito a contemplarla; non cerco di capire perché sia li, ma accetto la cosa. Mentre passo da una fantasia all’altra sento la voce di Chiara che mi dice:

-          Allora ti piace l’isola che non c’è! Vedo che sei cambiato dall’altra sera, altrimenti non potresti vederla. Hai finalmente capito da dove vengo e ora potremo veramente stare in compagnia. Quando ti incontravo la mattina capivo che eri tentato dalla ricerca di un mondo diverso, ma erano ancora troppi i legami che ti impedivano di capire come funzionasse l’isola. Giacomo è una persona speciale ed è abilissimo a parlare con la gente e indirizzarla sulla giusta strada.
-          Non sapevo che vi conosceste, sei così giovane e non pensavo che aveste qualcosa in comune a parte la passeggiata mattutina.
-          Ci siamo incontrati un giorno sull’isola. Lui era molto più giovane e aveva trovato da solo la strada per venirmi a trovare. Da allora la saggezza è cresciuta in lui alimentata dalle continue visite e ora, la mattina, si diverte a trovare e ad aiutare le persone che potrebbero essere mature per un nuovo modo di vedere il mondo.

Ma come è possibile che Chiara abbia incontrato il vecchio Giacomo da giovane! Lui avrà più del doppio dei suoi anni! La guardo incredulo e sto per manifestarle i miei dubbi quando lei mi dice:

-          So a cosa stai pensando. Ma per capire devi uscire dal tuo mondo reale per immergerti nel mio. Tu mi chiami Chiara, ma io in realtà sono la Fantasia e abito sull’isola che ormai riesci a vedere se solo ti abbandoni tra le mie braccia. Ora sai che potremo stare insieme quando lo vorrai sull’Isola che non c’è.
-          Ti vedrò di nuovo?
-          Si. Ogni volta che sognerai.


martedì 17 dicembre 2013

Cuore


Ho suonato alla porta del tuo cuore e mi ha risposto la governante; la cosa mi ha piacevolmente sorpreso per l’aria di casa che ispirava la scena ma, pensando di trovare te ad aprirmi sono rimasto lì senza parole fissando con aria imbarazzata la gentile signora sulla porta.

Lei, forse capendo la situazione, mi ha messo a mio agio invitandomi ad entrare. Probabilmente aveva sentito parlare di me e si sarà incuriosita e, desiderosa di saperne di più su questo nuovo arrivato, ha deciso di fare lei stessa gli onori di casa.

Dopo averla fissata per un tempo forse esagerato, proferisco poche parole di circostanza ed entro nell’atrio accogliente. Subito sono fatto accomodare nel ventricolo destro, quello più luminoso mi dice la governante indicandomi una comoda poltrona vicino ad una finestra con le tendine. Lei preferisce accomodarsi su un globulo rosso a forma di puf vicino a me ed inizia a guardarmi più profondamente come volesse studiarmi per capire se fossi la persona giusta per la padrona di casa.

Iniziamo così un balletto di parole, di cose appena dette e risposte evasive, indizi reciproci per saggiare le intenzioni e capire la loro bontà. A mano a mano che questo gioco avanza i temi toccati diventano infiniti e scopriamo di piacerci e i sorrisi reciproci suggellano questa intesa inaspettata.

Improvvisamente, non so per quale pulsione, le faccio una carezza sul volto. Lei mi guarda stupita ma gli occhi luminosi e lucidi mi fanno capire che la cosa e’ stata apprezzata. Dopo una pausa che mi è sembrata infinita mi ha detto: - Vedi, io non sono la governante. Sono qui da quando questo cuore ha iniziato a battere e oggi, sentendo i colpi più forti che mai ho voluto vedere per chi battesse. Io sono in realtà l’anima e tu mi hai accarezzata come nessuno fino ad ora. Questo cuore ora è tuo e sarà la tua casa finché lo vorrai.

Dette queste parole, la sua immagine svanisce e al suo posto appari tu sorridente e bella come mai ti ho vista.


giovedì 11 luglio 2013

La Macchina




Nemmeno lui sapeva da quanto si trovasse lì. Un luogo per il quale non esisteva un nome e che era sconosciuto a tutti tranne che al suo unico abitante. Forse è più corretto dire che Emmett abitasse non in un luogo ma in un personalissimo stato mentale fuori del tempo. Si, fuori del tempo perché da sempre si è occupato della Macchina, del suo funzionamento e manutenzione, evitando i paradossi e accertandosi che il Tempo fluisse nella giusta quantità e nella corretta Direzione.

Eppure anche per lui c’è stato un inizio. Tutti i suoi predecessori si erano dedicati con grande cura alla ricerca del proprio successore, persona dalle caratteristiche estremamente particolari, vista la natura del lavoro. Ricordava ancora quando una piccola inserzione sul giornale aveva attirato la sua attenzione:

“Cercasi giovane di buona cultura generale per lavoro a Tempo Pieno. Non sono richieste competenze particolari poiché è previsto un corso di formazione specifico. Saranno apprezzati i candidati disposti a trascorrere lunghi periodi di assenza. Retribuzione interessante”.

Saranno state le parole “Tempo Pieno” ad interessarlo in un momento in cui andava per la maggiore il part-time oppure la “Retribuzione interessante”, ma alla fine lui, single un po’ stagionato e senza legami, aveva risposto all’annuncio chiedendo un colloquio. Come raramente succede, le cose si sono svolte in fretta e, con sua soddisfazione iniziale, Emmett ottenne il lavoro.

Solo successivamente si accorse che lavorare alla Macchina del Tempo comportava un sacrificio imprevisto: quello di dover trascorrere la propria esistenza fuori dal tempo e quindi anche fuori dal mondo. Ecco spiegata quella frase dell’annuncio che parlava di “lunghi periodi di assenza”. Tuttavia, l’importanza dell’incarico e la sensazione di avere tra le mani il potere di un dio avevano relegato in secondo piano questo aspetto negativo.

La Macchina produceva il tempo. Ne forniva in quantità esatta per il funzionamento dell’universo e questo succedeva da quando era stata creata. Praticamente funzionava senza avere necessità di alcun intervento, tranne che in alcuni rari casi in cui un’anomalia come un buco nero veniva ad interferire con la quotidianità.

Emmett si sentiva come un vecchio guardiano del faro ai primi tempi gloriosi della marineria, rinchiuso nel suo eremo perché il mondo del mare potesse vivere sicuro. Ormai sapeva tutto del  funzionamento della Macchina, forse meglio dei suoi inventori che ormai erano scomparsi da tempo (che paradosso). Anzi, aveva maturato alcune idee per rendere più versatile l’apparecchio ed escogitato un modo per ridurne le dimensioni dall’intero universo a una piccola borsa portatile.

Durante uno dei rari momenti in cui rimetteva piedi nel mondo per pubblicare il consueto annuncio alla ricerca del proprio successore, Emmet decise di portare con se la borsa con la nuova Macchina per provarne il funzionamento. La prima occasione si presentò quando si trovava in coda per l’inserzione; inizialmente ligio alle regole, si era rassegnato alla lunga fila che lo precedeva, ma poi, folgorato da un’intuizione, immaginò come le cose potessero essere diverse se in quella circostanza il tempo passasse più velocemente!

Subito aprì la borsa e armeggiò con con alcuni comandi, prima con estrema cautela e poi con maggiore sicurezza, accorgendosi che la manovra funzionava; in un istante arrivò il suo turno davanti allo sportello. Con una grande ed evidente eccitazione che stupì l’impiegato, concluse la commissione e uscì per strada tenendo la borsa stretta tra le mani come il suo bene più prezioso.

Rientrato nuovamente nella sua non-esistenza ebbe modo di pensare alle conseguenze immediate di ciò che era riuscito a realizzare e come trarne vantaggio. Era evidente che la sua macchina riusciva anche a catturare il tempo oltre che a produrlo così che potesse essere usata sia per coloro che dicono “vorrei che il tempo non passasse mai” sia per quelli che con angoscia dicono “mi manca il tempo per…”.

Sempre più spesso si assentò dal lavoro per effettuare esperimenti su di sé e le altre persone perdendosi in infiniti ragionamenti e costruendo macchine sempre più piccole e versatili finchè un giorno si accorse che qualcosa nella grande Macchina non andava per il verso giusto. Le sue prolungate assenze e la sua distrazione non gli avevano fatto notare i piccoli indizi che col trascorrere del tempo erano diventati un’anomalia seria.

La sua esperienza però lo aiutò a porre rimedio al problema più grave, ma prima la preoccupazione e poi l’euforia per aver risolto il guaio non gli fecero notare altre perturbazioni nate in coincidenza con i suoi esperimenti nel mondo.

Finalmente, nonostante la sua relativamente giovane età, riuscì a trovare un successore e a liberarsi di un incarico che negli ultimi tempi sentiva come una prigione, visti gli sviluppi promettenti della sua invenzione. Ritornato a casa iniziò a produrre alcune copie della nuova macchina portatile cui limitò alcune funzioni e ne vendette una a John Harrison con la quale egli vincerà anni dopo, nel 1764 il premio messo in palio dalla Commissione per la Longitudine istituita nel 1714 dal Parlamento inglese.

Contemporaneamente fu impegnato nell’anno 789 a trattare con Carlomagno la fornitura di un certo numero di clessidre e, visto il successo, intraprese una vera e propria carriera di venditore del Tempo che lo portò un po’ ovunque nel mondo.

Pochi anni dopo, nel 1582, convinse Gregorio XIII ad usare i suoi sistemi di misura ma quello, non contento, si montò la testa e rivoluzionò il calendario dimenticandosi 10 giorni nella conversione dal vecchio al nuovo. Emmett li prese con se non sopportando che il tempo venisse sprecato così e, duramente colpito da ciò che le persone possono fare col Tempo se ne hanno l’occasione, decise di ritirarsi dalla propria attività.

Siamo ormai nel 2000 e, in quel luogo senza tempo Marty, il successore di Emmett, sta impazzendo davanti ai controlli della Macchina. Una enorme serie di anomalie nate dagli esperimenti di Emmett vengono segnalate un po’ ovunque portando il Tempo fuori controllo: gli egiziani sostengono di essere nell’anno 6236, gli ebrei nel 5760, per i Maya siamo nel 5119, i vecchi romani (non chiamiamoli antichi perché si offendono) dicono di essere nel 2753, a babilonia siamo nel 2749, i buddisti sostengono di essere nel 2544, i Copti sono pochi e non fanno testo ma dicono che sia il 1716 mentre i Musulmani si ostinano a dimostrare in tutti i modi che siamo nel 1420. Più discreti i Cinesi che, non suggerendo alcun numero, affermano che siamo nell’Anno del Dragone.

E’ un piacevole pomeriggio di primavera e la bambina trotterella contenta intorno alla madre, felice di poter uscire a passeggiare in una bella giornata e speranzosa di potersi gustare il primo gelato della stagione. Passando davanti ad una vetrina la sua curiosità viene attratta da ciò che è esposto e rivolta alla madre strilla euforica:

-          Mamma, mamma, me lo compri l’orologio con la faccia di Topolino?

La mamma guarda incuriosita la vetrina e poi la figlia e le dice:

-          Ma Alice, cosa te ne fai?

E poi, gettando un’occhiata alla sua meridiana da polso le dice:

-          Su tesoro, vieni via che si è fatto tardi!

Dopo un po’ di resistenza la bambina, con la promessa del gelato, si fa portare via e insieme alla madre si allontana dal negozio un po’ fatiscente che in vetrina espone tra mille inutilità un orologio atomico a prezzi incredibili, ma d’altra parte cosa ci si potrebbe aspettare da un negozio la cui insegna dice:

Rolex: antichità.

 

martedì 29 maggio 2012

Il bicchiere di cristallo



















Il bicchiere quasi stenta a ricordare le sue antiche origini. Sarà l’età o i continui lavaggi con sostanze che non esistevano ancora alla sua nascita o le mille avventure vissute attraverso il suo secolo di vita. Ora se ne sta quietamente riposto in una credenza da cucina, una sistemazione poco nobile se si pensa ai fasti cui era abituato da giovane.

Lui e i suoi fratelli provenivano da una delle migliori cristallerie di Francia, forse dalle Cristallerie Reali della Champagne, forse da Baccarat ma l’origine non era importante quanto la famiglia nella quale lui e i suoi gemelli hanno iniziato una sfavillante e tintinnante carriera.

Ricorda ancora il primo incontro da brivido con le bollicine fresche e il tocco delicato delle labbra della ragazza cui era toccato in sorte. Da giovane si divertiva con i fratelli emettendo suoni felici ad ogni incontro e riflettendo la propria allegria insieme alle luci della sala.

Poi, col tempo e la maturità, iniziarono i momenti meno fastosi, poco per volta i fratelli scomparvero  alla sua vista, le occasioni mondane cui era invitato si fecero meno frequenti e per lui, passato indenne attraverso un turbine di vita, iniziò un periodo quieto, animato solo dalle poche feste tradizionali.

Un brivido lo percorre ancora oggi al ricordo di un ragazzino, al quale avevano insegnato a far suonare i bicchieri, che lo aveva quasi frantumato cercando di estrarne un suono. Alla fine, unico rimasto della sua famiglia, finì insieme ad altri vetri plebei scompagnati in un angolo della cucina da dove uscì per ritrovarsi un giorno esposto su una bancarella di oggetti vecchi che nessuno voleva più.

Il suo destino sembrava ormai segnato e già si vedeva sballottato da una fiera all’altra, esposto senza cura né riguardo su vecchie assi di legno. Un giorno però un signore dall’aria sognante incontrò un suo luccichio e incuriosito si avvicinò per osservare meglio quella fonte di luce inattesa.

Allungò una mano e lo prese. Dopo un tempo che neanche lui riusciva a ricordare, il bicchiere provò il tocco di una persona gentile che lo sapeva apprezzare e non si vergognò di apparire così dimesso e impolverato perché negli occhi di quella persona vedeva accendersi una luce particolare.

Il signore, un vecchio cuoco, rimase un momento sopra pensiero, stupito di vedere un oggetto di cristallo così raffinato in mezzo a tanto ciarpame e lo guardò con gli occhi resi competenti da una vita a contatto con le cose belle.

Fu cosa di un momento, il bicchiere incartato frettolosamente da un commerciante che mai ne ha conosciuto il pregio finì nelle mani del signore che lo ripose delicatamente nella borsa. Insieme arrivarono a casa dove il cristallo, dopo un delicato ma approfondito lavaggio, per far bella figura iniziò a brillare come mai aveva fatto.

Sempre giocando con la luce osservò il vecchio mentre impastava una sfoglia sottile e profumata di uova, lo vide stenderla con una cura e un’abilità che rasenta la danza, annusando la terrina contenente un ripieno fragrante.

Improvvisamente il cuoco prese il bicchiere, lo rovesciò e, tenendolo per il gambo sottile, iniziò ad incidere la pasta con gesto sicuro e delicato ricavandone piccoli dischi che, una volta accolto il pizzico di ripieno, con un gesto meraviglioso del vecchio cuoco diventarono cappelletti.
 
Il bicchiere si stupì, frastornato e quasi indignato per questo uso improprio cui era stato forzato e, come tutti i bicchieri di cristallo dal carattere permaloso e suscettibile, iniziò a pensare di aver toccato il fondo della propria esistenza.

Sempre adombrato da questi pensieri non si accorse di essere nuovamente preso in mano e si risvegliò solo quando sentì scorrere tutto intorno un getto di acqua tiepida e il profumo del detersivo che lo lava dalle piccole tracce di pasta e di farina. L’umore cambiò poi quando venne asciugato in un morbido lino e posto dignitosamente in piedi sul tavolo.

D’un tratto un colpo secco, un suono familiare, lo sorprese e un getto fresco e spumeggiante lo inondò riportandolo all’infanzia e ai ricordi dei mille pizzicorini che le bollicine gli procuravano salendo in superficie. Si stupì e non si seppe spiegare la nuova situazione se non dopo aver ascoltato le parole del vecchio cuoco che, dopo un lungo sorso, gli aprono la mente:

-                     Tu ed io faremo grandi cose insieme.
 
Il vecchio bicchiere ha trovato una nuova casa, forse meno fastosa ma sicuramente accogliente e sa di essere apprezzato anche se ora la sua dote più ricercata è quella di avere un diametro come quello che Pellegrino Artusi suggeriva nel suo libro di ricette. Chissà se il grande cuoco abbia fatto la conoscenza di qualche suo fratello.



venerdì 25 maggio 2012

Istanbul

















Passeggiate pazienti attraverso mondi bizzarri, odori, suoni e colori, panorami, genti e gatti.

Tempo incerto, acquazzone da diluvio universale, sole cocente e nuvole leggere.

Taxi, tram, metropolitane, autobus, battelli, funicolari e funivie.

Bevande piccanti, panini con pesce e cipolla, tè nero profumato e caffè dello stesso colore.

Kebab e altre carni, verdure freschissime e croccati, frutta meravigliosa e gustosa.

Spremute di arancia da paradiso e fragole succose.

Nomi incomprensibili dal suono musicale.

Albergo da favola in mezzo a strade fantasma della città vecchia a un passo dal porto.

Gente brulicante ad ogni ora e voci che parlano un groviglio di lingue.

Abiti occidentali dal taglio perfetto insieme a lunghi mantelli.

Barbe bianche contornate da tuniche e tailleur.

Venditori di caldarroste, pannocchie arrostite, pani al sesamo e cozze con limone.

Donne meravigliose ed eleganti nei vestiti tradizionali, ragazzi occidentali e balene vestite di nero.

Musicanti di strada e muezzin dalla voce tonante.

Smog nell'aria e aiole profumate.

Acque solcate da mille imbarcazioni danzanti.

Dedali di vie nel gran bazar e i colori accecanti del mercato delle spezie.

Pescatori sul ponte Galata e gabbiani in agguato.

Fortezza d'Europa scalata senza corde per vedere uno scorcio del Mar Nero.

Porta container larghe quasi quanto il Bosforo.

Feste, matrimoni, cerimonie.

Ingorghi stradali inestricabili e autisti pazzi.

Moschee dalle luci soffuse e colori pastello, Topkapi rigoglioso e il diamante indimenticabile.

Canti dei preti ortodossi e riti antichi.

Autobus sgangherati e tram del futuro.

Echi di cammelli indolenti e cavalli scalpitanti nel serraglio della fantasia.

L'aria tiepida della sera.


lunedì 14 maggio 2012

Vento del nord

















Potrei raccontarti anche io del vento del nord, ma lo farei con il linguaggio delle nuvole.
Lo farei con gli occhi socchiusi per inseguire le nuvole che passano indifferenti ma non tutte perche' alcune si attardano, piu' basse delle altre e sembrano osservarmi; sono grigie, certe anche plumbee ma non cattive, solo un po' seriose perché non sanno sorridere come quelle bianche e spumeggianti.

Quelle grigie sono una via di mezzo, stanno a poco a poco imparando a non prendersi sul serio e sono le piu' disposte ad accorgersi del mondo.
Io invece mi sto accorgendo della gente, non e' più trasparente ma compare all'improvviso, prepotentemente all'attenzione e non so se scegliere le nuvole o le persone; forse farei bene a portare le persone sulle nuvole.

mercoledì 9 maggio 2012

Reazione a catena




Non sopporto l’idea di alzarmi presto per uscire in inverno, ma questa cosa la devo proprio fare e mi devo fare forza. Sono le 5:30, tra un’ora ho il volo per Londra da dove proseguirò per New York dove ho un appuntamento di lavoro. Gli aerei viaggiano sempre, incuranti degli orari e così io mi trovo in pieno centro ad essere tagliato a fette da una tramontana che non perdona.

Nei giorni scorsi ho pensato a tutto ma non ai soldi per il taxi per l’aeroporto. Sono innervosito da questa distrazione, sarà l’età o i mille pensieri. Rischio di perdere il volo e se c’è una cosa che mi mette ansia al mondo è quella di non arrivare per tempo negli aeroporti o nelle stazioni.

Per fortuna la banca è vicina e col bancomat posso prelevare quello che mi serve. La cassa automatica è riparata dal vento perché si trova all’interno di una stanza. Entro e inizio le manovre consuete finchè, un istante prima che l’apparecchio faccia il suo dovere, un black-out inchioda tutto e fa vacillare le luci. E’ cosa di un attimo, ma quanto basta perché io resti senza scheda e senza soldi a fissare una stupida scritta che mi invita a rivolgermi ad un funzionario all’interno della banca.

Ma la banca è chiusa, dannazione, guardo quanti soldi ho e mi rendo conto che 20 euro sono pochi per iniziare il viaggio. Li rimetto nervosamente nel portafogli ma finiscono nella patente nello scomparto accanto. Ormai sono preoccupato. Esco dal locale e ho la sensazione che ci sia qualcosa di strano nell’aria, forse il calo di corrente ha avuto qualche altro effetto di cui non mi rendo ben conto.

Cerco la macchina per andare da un amico a farmi prestare dei soldi ma non la trovo, chiudo gli occhi e inizio a creare nuove imprecazioni che per taluni possono essere splendidi mantra ma che nella realtà potrebbero uccidere chi li ascolta. Faccio due conti veloci guardando l’orologio e decido di andare a denunciare il furto dell’auto. Mi passa a fianco un autobus e io lo prendo al volo vista la loro rarità. Salgo sul retro e sono solo, cosa normalissima a quell’ora.

Il bus si mette a correre in maniera forsennata e vengo sballottato senza ritegno. Arranco verso l’autista per protestare pensando alle parole giuste da dire ma mi rendo conto che al posto di guida non c’è nessuno. Istintivamente mi metto al volante per fermare questa corsa folle e riesco a rallentare ma lo faccio proprio davanti ad una pattuglia della polizia che mi intima di fermarmi.

Salgono a bordo in due, mi chiedono i documenti guardandomi con sospetto perché non indosso la consueta divisa. Io consegno loro carta di identità e la patente e in quel momento mi rendo conto dei soldi rimasti dentro ma è troppo tardi. Uno dei due inizia a guardare i documenti e trovando i soldi mi chiede se è un tentativo di corruzione. Gli dico che sarebbe sciocco da parte mia farlo con 20 euro e mi incasino dicendo che non ho altro e quello la prende alla rovescia pensando che volessi offrire di più e mi dice di scendere dal bus e seguirlo per accertamenti.

Saliamo sulla volante e percorrendo mezza città entriamo in un edificio attraverso un passo carrabile. Scendiamo e mi portano in un ascensore che, invece di salire verso gli uffici, inizia a scendere. Piu’ scende e più sale l’ansia, ma la rapidità con la quale si svolgono le cose non mi dà tempo per pensare.

Dopo un’infinità di piani le porte si aprono su un corridoio dalla luce accecante dove tutti portano occhiali scuri e abiti neri, mi accorgo che gli agenti sono spariti e vengo accompagnato da un personaggio che sembra uscito da Blade Runner che mi fa accomodare in una stanza e mi lascia solo senza dire una parola. Una voce mi arriva dal nulla:

-         Si sieda.

Lo faccio e attendo all’infinito quando d’un tratto tutta una parete si apre lasciando spazio ad una vista mozzafiato sulla citta. Si, ma quale città? Ma non ero sceso sotto terra? Sento una voce accanto a me che mi dice:

-         Bella vista vero?

Mi guardo intorno e non vedo nulla tranne una penna sul tavolo e dalla quale sono convinto venga la voce. La prendo in mano per cercare l’altoparlante ma sento dire:

-         Ehi! Mettimi giù, ma che modi!

Per poco non la faccio cadere e l’afferro con delicatezza.

-         Ma ti sembra il modo di trattarmi?

Balbetto frasi sconnesse e fisso la penna pensando di aver oltrepassato il limite della ragione, forse l’ansia, lo stress. Lei mi dice:

-         Prenditela comoda che tanto il viaggio sarà lungo.

Con gesto automatico metto la penna nella tasca della giacca, chiudo gli occhi con la testa che gira e mi lascio andare sulla poltrona privo di forze e di volontà. Il panorama viene sostituito rapidamente dalle nuvole che sembrano sfrecciare veloci ma non avverto alcun movimento. Alla fine la parete si richiude giusto in tempo per far entrare nella stanza una di quelle strane persone inespressive che mi dice di uscire, ma forse me lo immagino perchè non vedo nessun movimento delle labbra.

Esco nel corridoio convinto di rifare la strada fatta all’andata, ma al posto del corridoio vedo che la porta si affaccia direttamente su un ufficio dove un’infinità di persone si muovono indaffarate. Mi viene incontro un uomo che stento a riconoscere ma poi con immenso stupore capisco che è il mio cliente di NY che con un sorriso mi dà il benvenuto augurandosi che abbia fatto buon viaggio e mi dice “Complimenti! Sempre puntuale!”

Mi accorgo di essere a NY nel suo ufficio e per poco le gambe non mi cedono. Mi volto indietro e mi accorgo di essere uscito dal solito ascensore che prendo ogni volta che vengo qui. Mi faccio forza e trascorro la giornata di lavoro come avevo previsto. La sera vengo accompagnato nel mio albergo che vedo come il paradiso dopo una sequenza di eventi impossibili che non ho ancora capito.

Piombo in un sonno spettacolare dal quale mi sveglio per colpa degli strepiti che provengono dalla mia giacca. Svegliarmi e vedere la stessa stanza della sera prima mi infonde sicurezza, ma subito ripiombo nella costernazione quando mi rendo conto che a gridare era la penna che distrattamente avevo portato con me.

-         Ma insomma, quanto ci metti a svegliarti! Preparati che dobbiamo andare!

La mia penna ha ragione. Ma come “la mia penna”! Ma sono diventato matto? Comunque sia ha ragione. Doccia, vestito e colazione abbondante. E ora? Cosa ci faccio qui senza un visto di ingresso? Se mi presento all’aeroporto mi arrestano. Decido di prendere la metro per andare in consolato mentre cerco una scusa plausibile da raccontare.

Scendo sotto terra e mi perdo nella folla trovando un posto libero che occupo per non essere travolto. Il vagone deve essere vecchio e le luci vanno e vengono. Dopo un black-out un pò più lungo degli altri il treno si ferma e la gente si muove. Avendo contato le fermate so che dovrò scendere molto più avanti e non faccio caso al movimento della gente.

Però quando il treno riparte mi accorgo di essere rimasto solo e la cosa, nella metro, non è mai una buona cosa. Mi alzo e cerco di guardare nei vagoni vicini, ma le luci sono spente. Mentre quelle della mia carrozza hanno ripreso il balletto di prima. Alla fine ci fermiamo in una stazione e io decido di scendere anche se so che non è la mia. Non mi fido a proseguire in quel modo.

Sul marciapiede mi blocco e inizio  ad avere uno dei mancamenti che ormai da un pò mi colgono di fronte all’impossibile. La stazione è quella di Piazza de Ferrari a Genova. Ho le gambe pesanti come piombo e mi sembra di non riuscire a camminare. Tutto intorno la gente si comporta normalmente, guardo l’ora e mi accorgo che sono le 9 e mezza. si, ma di che giorno? Compro un giornale per togliermi il dubbio e mi rendo conto così che sono passate solo 4 ore dal mio tentativo di prelievo.

Ora che ci penso. La banca è proprio sopra di me. Posso almeno recuperare il mio bancomat. Entro e mi rivolgo ad un funzionario spiegandogli cosa sia successo. Questo mi fa accomodare e dopo aver accertato che io sono l’effettivo proprietario della carta, me la riconsegna dicendomi di firmare la ricevuta.

Prendo istintivamente la penna che ho in tasca, firmo e mi accorgo di averlo fatto con quella che ho preso e portato con me. E’ un tuffo al cuore che mi ripiomba nell’incubo. La poso velocemente come volessi allontanare da me la follia ma il funzionario mi dice:

-         No no, la tenga pure signore ci fa piacere che i nostri clienti portino con se i nostri gadget!

Con un sospiro rimetto la penna in tasca ma per un istante che non scorderò mai, la sento ridere distintamente e dirmi:

- Felice che tu abbia viaggiato con Dream Travel!